Il ciuccio elettronico

Qualche giorno fa, osservando una mamma intenta ad infilare a forza un ciuccio nella bocca del suo bambino, mi sono fermato a riflettere.

In effetti sono molti i genitori che optano per questo aiutino atto a calmare i lamenti, i pianti e le grida del proprio infante.

La cosa che ho trovato un po’ strana è stata scoprire che il bimbo in questione non avrà avuto più di due o tre settimane.

Allora mi domando: siamo arrivati realmente al punto di non sopportare il “disturbo” generato dal proprio figlio già dopo pochissimi giorni dall’averlo visto venire al mondo?

A che punto è arrivato il nostro stress quotidiano?

Ma la cosa non finisce qui. Eh si, perché quando poi crescono il ciuccio si trasforma magicamente da un materiale siliconico o derivato dal caucciù in un insieme di circuiti elettronici inscatolati nei più disparati strumenti di controllo mediatico a distanza.

Ecco che allora il ciuccio, diventato elettronico, prende le sembianze per qualche ora della televisione, un altro paio d’ore è una PlayStation, un’altra oretta è lo smartphone di mamma, poi il tablet di papà (questi ultimi due a volte addirittura di proprietà del bambino); poi può mancare forse la console di giochi portatile?

E che dire di quelle allegre famigliole che arrivate in pizzeria o al ristorante, prima ancora di ordinare dal menu, si preoccupano di sistemare il tablet con i cartoni animati tra il bicchiere e il piatto dei propri figli impostandone il cervello in modalità “non rompere i coglioni ON”?

Alcuni studi condotti in Francia e negli Stati Uniti hanno dimostrato la differenza enorme che subisce lo sviluppo psichico di bambini sottoposti a questo doping forzato rispetto ai loro simili che vivono un’infanzia lontana da ciucci elettronici o con una modesta, quasi trascurabile, assunzione di queste piccole droghe quotidiane.

Molti genitori si difendono (e già il fatto che ne sentano il bisogno significa che sono consapevoli di sbagliare) dicendo che ai propri figli fanno vedere solo programmi educativi e consentono loro di giocare solo con giochi intelligenti.

Proprio qui sta l’errore madornale che commettono.

Non è come investono il tempo davanti ai ciucci elettronici ma quanto ne sottraggono a momenti alternativi pratici che sono la base su cui costruiranno il proprio carattere e che dovrebbero essere stracolmi di fantasia, creatività, manualità ed interazioni con altre forme di vita, principalmente con la famiglia.

Questi studi hanno chiaramente dimostrato, ad esempio, che i bambini che trascorrono gran parte della loro giornata davanti alla televisione sono sottoposti ad una “assimilazione passiva, ed eccessivamente precoce, che crea aspettative precise rispetto agli avvenimenti futuri nonché stereotipi, difficilmente realizzabili nell’esistenza reale” (“Pensare come le montagne”, Paolo Ermani e Valerio Pignatta, Terra Nuova edizioni).

Tutto ciò oltre a portare, secondo Neil Postman, alla “scomparsa dell’infanzia” genera la formazione di un’umanità delusa dalla vita reale e proiettata invece nella vita televisiva.

La televisione assume cioè il ruolo di una droga o di uno psicofarmaco in grado di far continuare a vivere, nella mente del bambino e del ragazzo, quell’esistenza costruita dalla finzione cinematografica ma che non si ritrova nella vita reale. Essa, in altre parole, è paragonabile allo spacciatore che prima ti introduce nel tunnel della droga e poi diventa l’unico amico vero in grado di farti volare o, almeno, di alleviare le tue sofferenze nella vita reale.

E i genitori? In tutto questo sono realmente complici inconsapevoli?

Non credo.

Penso piuttosto che alcuni di loro, i più cinici, seguano la filosofia “mors tua vita mea” mentri tutti gli altri accettino il rischio per i propri figli nella speranza che ci sarà una buona stella a salvarli dalla depressione e dall’insoddisfazione costante di una vita dalla quale non riescono a trarre positività semplicemente perché non hanno potuto sviluppare la fantasia e la creatività necessarie per costruire il bello dove bello, spesso, non c’è.

A questo punto, c’è da domandarsi chi è più sciacallo? I vari produttori di ciucci elettronici o i genitori che, più o meno consapevolmente, li infilano nella bocca e nel cervello dei propri figli?


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