Distopia

E così è venuto il momento in cui finalmente comprendo ciò che speravo, in cui capisco che il mondo che ho conosciuto fino ad oggi non può essere reale. Ciò che percepisco, ciò di cui ho fatto esperienza finora può essere solo il frutto di un meccanismo malato, inceppato, un derivato della mia folle mente. Un frutto marcio, velenoso, mortale. Un frutto che mi ha intossicato a lungo e del quale devo disfarmi.

Immaginavo e speravo non fosse reale, perchè questa gigantesca macchina di dominio, violenza e sopraffazione chiamata civiltà è accettabile solo in quanto incubo, non come verità tangibile.
Tocco il vetro della finestra e mi domando se anche il gelo che percepisco con i miei polpastrelli è solo una creazione della mia mente. Poi guardo fuori e li vedo.

Vedo altri animali, così simili a me, chiusi in prigioni ben arredate, divisi tra loro, egoisticamente devoti a ciò che chiamano beni più che alla vita dei loro simili. Vedo la loro dedizione deleteria all’apparenza, a ciò che luccica, a ciò che li illude di essere ricchi, potenti, migliori. Vedo la loro fame insaziabile di oggetti intrisi di morte, costruiti da schiavi, grondanti sangue e sudore; oggetti che loro credono di meritare poichè hanno barattato il proprio prezioso tempo con piccoli pezzi di carta dai quali sono completamente dipendenti. Li hanno inventati loro, li abbiamo inventati noi, ci siamo forgiati ogni catena, ognuna delle pesanti catene che ci trattengono qui, in queste prigioni, ad imbottirci di ciò che chiamiamo medicina, l’unica cosa che sembra tenerci ancora in vita. Come se la maggior parte di noi in verità non desiderasse il suicidio o non fosse profondamente infelice. Chi perchè crede che il suo problema sia soddisfare uno dei tanti bisogni indotti e insoddisfabili, come il desiderio di possedere altri beni o esseri consumabili, chi perchè si è reso conto che tutto ciò non può e non deve essere possibile e si sente impotente e si strugge e lotta per cambiare qualcosa mentre spesso è deriso dagli altri.

Vedo morte ovunque. Nei pensieri di sopraffazione e violenza tanto comuni e socialmente accettati. Nella guerra tra simili che si dividono e attaccano in base a pregiudizi. Nei beni, anche quelli più banali, costruiti da altri animali resi schiavi. Nel tanto consacrato cibo, composto spesso da cadaveri di altri simili fatti nascere appositamente per divenire merce gustosa.
Ecco, consideriamo ogni essere come merce, persino la terra stessa. Ci siamo scordati che la terra è la madre, è la vita stessa. Non siamo ancora riusciti a strapparle la vita ma opprimiamo tutte le sue creature e la intossichiamo giorno dopo giorno, ad un ritmo sempre più serrato.

Oltre la finestra vedo le lacrime provocate dalla nostra prepotenza quotidiana verso chiunque non sia in grado di ribellarsi o non ci sia ancora riuscito. Ne vedo troppe e anche le mie scorrono senza sosta. Formano un mare che non disseta, un mare troppo salato e al quale ci hanno fatto abituare. Perchè ci hanno addestrato a percepire empatia solo a comando, in rari e determinati casi. Ci hanno insegnato a considerarla un impaccio, un ostacolo, a guardare l’altro con diffidenza, a non sorridere agli sconosciuti, ad essere falsi e furbi per ottenere ciò che vogliamo senza curarci delle conseguenze, senza nemmeno prendersi la responsabilità di conoscerle quelle conseguenze.

È questo ciò che serve qui: la competitività, l’essere egoisticamente ambiziosi, il voler dimostrare di essere migliori per raggiungere posti o ruoli che ci appaiono migliori. Denigrando chi è più in basso, nascondendo alla nostra vista ciò e chi ci turba, desiderando sempre di più ed usando ogni mezzo pur di raggiungere i nostri scopi. Questo è ciò che conta qui. E se ti azzardi a contraddire queste basi perdi l’unica caratteristica che sembra contare, ovvero la credibilità, la normalità. Ed ecco che ti ritrovi ad essere chiamata folle e visionaria, ad essere evitata, a non sapere più dove e come sopravvivere.

Non riuscirei mai ad accettare tutto ciò, ed è estremamente bello rendermi conto di come tutto sia solo un incubo. Un terribile e distopico incubo. Impossibile immaginare di peggio.